L'Africa terra di antica cultura e di arte moderna PDF Stampa E-mail

   La Geopolitica

Fino a poco tempo fa il mondo poteva essere disegnato senza l’Africa.
Il continente africano condizionava pochissimo geografia, politica, economia e cultura del nostro pianeta.
Un continente martoriato dalle guerre e dalla avanzante desertificazione, con una popolazione decimata da AIDS, malaria e carestie, caratterizzato da una persistente instabilità politica, da una economia priva di importanza nel quadro del commercio globale e dall’incapacità di generare un impatto culturale proprio.

Ora l’Africa sta diventando, in maniera lenta, ma continua, via via più leggibile nella geopolitica mondiale.

L’ Africa Subsahariana è un territorio sempre più ambito per lo sfruttamento delle riserve energetiche (petrolio e gas); in particolare sta già divenendo un terreno di competizione tra Stati Uniti e Cina, ed anche l’altra economia emergente, l’India, vi si sta affacciando: la vecchia e le nuove superpotenze economiche si contenderanno con interesse sempre maggiore la partnership di nazioni fondamentali per lo sviluppo energetico (paesi del golfo: Nigeria, Angola, Gabon e Guinea Equatoriale; paesi dell’Africa dell’est: Sudan, Kenia, Tanzania, Mozambico e Madagascar; il Ciad; il Sudafrica).

E’ molto probabile che stia per iniziare un dirompente boom energetico africano. Numerosi elementi lo suggeriscono: il persistere della “crisi del golfo”, l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi, le migliori tecnologie di estrazione del greggio anche nelle acque profonde (giacimenti offshore), la facilità delle rotte di importazione dall’Africa, la necessità di avere punti diversificati di approvvigionamento per non restare sotto il ricatto arabo.

L’Africa inizia a vivere uno spettacolare boom energetico, anche se gli africani in realtà ancora non ne beneficiano appieno e solo alcuni strati sociali, già più abbienti, migliorano la propria condizione.

Gli stati africani, pur se ancora percorsi da trasformazioni caotiche, si stanno sempre più distaccando dalla loro storia di colonie europee e si incamminano a divenire potenze autoctone piene di ambizioni politiche, economiche e culturali (SudAfrica, Nigeria, Etiopia, Mozambico).

Uno degli aspetti negativi della globalizzazione dell’economia che pesa in modo gravoso sul continente nero è che molte realtà africane stanno diventando teatro e fucina di atti di terrorismo; in particolare l’Africa viene sempre più utilizzata per lo scontro di civiltà e religione tra l’Islam e l’Occidente.

In realtà nel continente nero quasi sempre Islam, Cristianesimo e Animismo non si rapportano come nemici mentre spesso sono presenti sincretismo, mescolanza di riti e passaggi di fede. Ma ora la penetrazione delle forme di radicalismo in Africa diventa pressante e mette in discussione la stabilità e l’unità di alcuni stati.

In questo complesso quadro di grandi cambiamenti l'Africa è comunque destinata nel bene e nel male a contare di più, a non restare marginale. Il continente nero è tornato a pieno diritto e con un ruolo non marginale a far parte della geopolitica internazionale.


   L’Arte

Anche nell’arte il continente africano ha mostrato finora una modesta leggibilità. L’occidente non ha quasi mai preso in seria considerazione l’Africa come luogo di formazione culturale ed artistica. L’arte africana è stata sempre indicata come “primitiva”, come “arte minore”.

In realtà la produzione artistica delle popolazioni sub-sahariane (escludendo quindi i popoli della fascia settentrionale del continente fortemente influenzati dall’Islam), in particolare quelle dell’Africa Nera, ha un’importante storia remota che solo recentemente stiamo conoscendo e si mostra piena di implicazioni sociali, politiche, etniche e religiose.

L’arte africana classica presenta numerosi caratteri: quelli legati allo sviluppo dell’arte egizia (forse la più nota) e di quella copta (Eritrea ed Etiopia); quelli legati ai reperti archeologici delle zone centro-meridionali; l’aspetto dell’arte rupestre con i numerosi graffiti e dipinti di figure umane ed animali; quelli delle manifestazioni artistiche plastiche (maschere, sculture in legno, avorio e metalli, ceramiche, tessuti).

Ma tali meravigliose espressioni artistiche non hanno destato interesse per lunghissimo tempo.

Qualcosa cambia negli ultimi anni dell ‘800 in seguito ai più frequenti viaggi, alle spedizioni esplorative, all’aumento delle attività coloniali; l’arte africana cominciò a circolare in occidente; anche i musei iniziarono ad interessarsi e a creare raccolte etnografiche dedicate alle manifestazioni artistiche africane costituite da sculture, maschere e oggetti di culto.

Ma è solo nei primi anni del ‘900 per merito di grandi pittori europei (i cubisti Picasso, Braque e Gris, i fauves Derain, Matisse e Wlaminck, altri pittori come Modigliani e Kandiskij) e di scultori rivoluzionari come il rumeno primitivista Brancusi, il russo Ossip Zadkine, l’inglese Henry Moore, che l’arte africana fece indirettamente il proprio roboante ingresso nel dibattito culturale occidentale. Infatti l’arte moderna europea fu influenzata in modo determinante dalle forme africane che ne rivoluzionarono i caratteri estetici, le proporzioni anatomiche, i colori, gli spazi e la tematica sociale e ideale. L’esempio eclatante è rappresentato da uno dei quadri più famosi di Picasso Les Demoiselles d’Avignone dove l’artista nel 1907

scopre l’Africa e la introduce con violenza nello scenario artistico parigino sollevando iniziali aspre critiche tra i suoi amici ed ammiratori.

Da quel momento iniziò l’ “africanizzazione” dell’arte occidentale. I vari movimenti del XX° secolo dal cubismo in poi, passando attraverso l’espressionismo, la pop art ed il graffitismo, ne risentirono l’influenza.

Poi l’occidente dopo aver per secoli considerato l’Africa terra di conquista e di possibile sfruttamento economico, si dedicò e si dedica tuttora anche allo sfruttamento artistico del continente nero.

Mentre gli artisti africani tentano di attingere alle proprie origini culturali, ai propri schemi di vita e di lavoro, alle proprie credenze e fedi religiose, di esprimere con le proprie forme i pensieri, le emozioni e la gioia della vita quotidiana, di denunciare la propria condizione di miseria e sfruttamento, di lanciare messaggi per la salvaguardia e lo sviluppo della propria identità culturale, l’occidente tenta di omologare le opere di questi artisti sulla base di ciò che più è richiesto dal mercato dell’arte, di quello che è più facile vendere. I mercanti hanno ancora il sopravvento sugli estimatori e l’Africa anche nell’arte ancora una volta più che essere aiutata, viene sfruttata.

   La Diaspora

Nell’arte, come in tutte le altre attività del mondo contemporaneo, la multiculturalità ha determinato un maggiore interesse verso le espressioni non occidentali. Negli ultimi 20 anni, soprattutto dopo Magiciens de la terre la mostra realizzata nel 1989 presso il Centro Pompidou a Parigi che ha rivelato finalmente la presenza di arte e artisti contemporanei in tutte le regioni del mondo e non solo in quelle dell’occidente, l’arte contemporanea si è sempre più avvicinata agli “altri mondi”; anche l’Africa è quindi maggiormente diventata terreno di studio, di sperimentazione, di reperimento di artisti ed opere. La transculturalità dei giorni nostri, l’intensificazione degli scambi economici e culturali tra l’occidente ed il resto del mondo, la ricerca di nuove forme di “utilizzo” di uomini e “merci artistiche” dal continente nero, il basso costo di questo “materiale” ci ripropone però un tema di grande impatto: la diaspora africana.

L’interesse derivante dal prorompente ingresso del Continente Nero nell’arte ha innescato una nuova dispersione della gente d’Africa e della sua cultura. I giovani africani si riversano in Europa e negli Stati Uniti per poter dimostrare il proprio talento; fuggono da situazioni che non gli permettono di creare, di lavorare, di reperire materiale.

Dopo la tragedia della diaspora umana iniziata già alla fine del X secolo e continuata fino alla fine del XIX tramite la tratta degli schiavi iniziata dagli arabi, continuata dagli europei e culminata ad iniziare dal XV secolo con la deportazione in massa degli africani dalle zone subsahariane ed occidentali verso gli insediamenti nelle Americhe, ora assistiamo ad una nuova diaspora, certo non altrettanto cruenta, ma sicuramente di grande portata culturale, riguardante gli artisti africani.

In Europa ed anche in Italia ci troviamo in una situazione di accoglienza di un numero sempre maggiore di questi artisti della diaspora che hanno trovato solo parziale riconoscimento nel campo delle arti visive e spesso la loro produzione anche se permeata di grande valore viene relegata nell’ambito di “arte di serie b”. In realtà le loro opere si caratterizzano a volte per la rielaborazione di tradizione e cultura ancestrale, ma soprattutto per la scoperta di nuovi terreni di lavoro e sperimentazione ed ancora una volta la dispersione della gente d’Africa non ci reca solo un apporto di tipo lavorativo, ma anche culturale: nei secoli gli africani della diaspora non vennero solo per lavorare la terra o svolgere le mansioni più umili come l’occidente richiedeva loro, ma portarono sempre con sé molti elementi che hanno fatto la storia di alcune culture. Ne sono esempi emblematici forme musicali come il blues, il ragtime e lo spiritual, altri generi musicali ne sono stati fortemente influenzati come il jazz, il bluegrass, il rhythm and blues, il rock and roll, l’hip-hop e la musica pop, alcuni ritmi americani come la samba brasiliana, il tango argentino e la rumba cubana, alcune culture alimentari come quella del riso nel sud degli USA e l’influenza sulla cucina creola.

L’arte contemporanea ha bisogno di quella africana. E’ necessario trovare i percorsi e gli strumenti adatti a fornire la maggiore visibilità possibile sia agli africani che vivono e si esprimono nel loro continente, sia agli africani della diaspora che si trovano attualmente fortemente esposti ad una condizione di sradicamento dalla propria terra e di scarso inserimento in quella dove sono emigrati più o meno spontaneamente.

   L’Arte di George Lilanga e la sua Africa

Se da un lato è necessario non ridurre tutte le espressioni artistiche d’Africa così variegate per provenienza, contesto sociale e tipologia, nella definizione di “arte africana contemporanea” tout court mescolando prodotti turistici con reperti archeologici, lavori imitativi e manufatti artigianali con opere originali, dall’altro è fondamentale migliorare la conoscenza degli artisti che sono nati in Africa, che hanno espresso con le proprie opere l’intreccio tra le origini tribali, la tradizione, l’influenza coloniale e la contaminazione occidentale, che sono comunque rimasti a lavorare nel paese nativo contribuendo a migliorarne le condizioni di vita e la visibilità dei propri villaggi e città.

E’ infatti scorretto o perlomeno riduttivo identificare il prodotto d’arte in base alla identità etnica o territoriale, fornire l’etichetta di autenticità all’opera solo perché proviene dall’Africa e ne porta i tratti caratteristici, senza invece sottolinearne i caratteri innovativi, la rivoluzione dei modelli espressivi, la particolarità estetica, la finalità.

E’ altrettanto errato riconoscere come arte contemporanea africana solo quella degli artisti della diaspora che si sono inseriti nel mondo occidentale accettandone alcune regole, sperimentando nuovi strumenti, materiali e progetti di lavoro, spesso lanciati in avventure artistiche altamente originali, a volte ancorati alle “radici”, ma in maggioranza ormai lontani dalla loro origine sia per tecnica, che per modelli.

Sia il primo indirizzo artistico più tradizionale, sia il secondo cosiddetto modernista, hanno piena legittimità; così come è necessario prestare la massima attenzione all’altro indirizzo affermatosi con forza nella seconda metà del Duemila nell’East Africa: l’arte popolare, a partire da Tingatinga e la sua scuola pittorica conosciuta essenzialmente per il suo iniziale genere animaliere, ma poi anche come arte urbana mescolatasi ai pittori del genere city life; espressioni artistiche tutte tese a non perdere il contatto con la cultura d’origine: perché per poter parlare al mondo, è fondamentale colloquiare con gli africani; anche per far conoscere in occidente le necessità e le idee del mondo africano, bisogna attingere direttamente alla quotidianità del mercato, del negozio, del villaggio, della città, lanciando poi messaggi positivi attraverso idee, stili e materiali diversi.

Tutti coloro che si stanno avvicinando negli ultimi tempi con forza all’arte africana, questa comunità disomogenea, variegata composta da storici, antropologi, missionari, organizzazioni umanitarie, ambientalisti, critici d’arte, scrittori, giornalisti, fotografi, direzioni museali, galleristi, collezionisti, amanti dell’Africa, che sta crescendo esponenzialmente e che propone, dibatte, critica, va elogiata per l’aiuto fornito alla conoscenza, anche quando commette errori e intraprende percorsi non sempre corretti. Siamo ancora in una fase dove l’esigenza fondamentale è la divulgazione; è forse arrivato però il momento di organizzare percorsi precisi e legittimati da istituzioni occidentali ed africane unite nella promozione dell’arte in Africa e per l’Africa.

Questo catalogo e questa mostra si propongono di partecipare alla conoscenza e alla divulgazione delle opere di George Lilanga un artista che forse riassume in sé molte delle caratteristiche sopracitate. E’nato in un piccolo villaggio africano, ha dovuto lottare per scoprire ed utilizzare il suo talento, è in parte rimasto legato alla propria origine artistica Makonde per poi andare ben oltre ricoprendo con i vivaci colori acrilici le sue sculture in ebano ed anche riportando i suoi Shetani sul piano bidimensionale pittorico attirandosi così le critiche feroci degli altri artisti Makonde e di molta della sua gente; la sua nuova icona rivoluzionaria, lo Shetano senza ossa, né articolazioni, con grandi orecchie e bocca, con 2 dita alle mani e 3 ai piedi, mutante tra l’umano e l’antropomorfo, immerso tra le immagini dei pensieri, delle emozioni, quasi sempre esprimente la giocosità della vita nel proprio habitat, diventa il leit motive delle sue opere qualunque sia la tecnica usata e diviene l’emblema di una vita positiva che può essere sempre bella, anche all’interno di mille difficoltà, se la si prende con gioia, allegria e con la voglia di viverla al meglio.